LA FAME NEL MONDO
Le aree del mondo
caratterizzate dalla fame e dalla sottoalimentazione sono anche quelle dove più diffusi
sono l’alto tasso di natalità e di mortalità infantile, l’analfabetismo, la
disoccupazione, l’insufficienza dei servizi, l’arretratezza dell’agricoltura, la
mancanza di industrie, la cattiva organizzazione economica, sociale e politica, la carenza
di risorse naturali.
Tutti questi fattori, variamente combinati, si ritrovano nei
paesi sottosviluppati e risultano essere contemporaneamente causa ed
effetto della fame.
Va detto subito che la causa principale della fame, come del
sottosviluppo, non è solo la mancanza di risorse naturali. Vi sono certamente zone
improduttive o con risorse agricole limitatissime, ma esse costituiscono una minoranza. La
maggioranza dei paesi sottosviluppati potenzialmente dispone di normali risorse, che però
non vengono sfruttate, o vengono utilizzate male e senza alcun beneficio per le
popolazioni.
Il problema della fame e del sottosviluppo è in primo luogo
legato alla produttività agricola che, nei paesi poveri, è
particolarmente bassa, nonostante le vaste estensioni di terreni e l’alta percentuale di
popolazione dedita all’agricoltura.
In questi Paesi si pratica l’agricoltura
di sussistenza o l’agricoltura commerciale speculativa di piantagione (monocoltura).
Ci si può chiedere come sia possibile che interi Paesi basino
la loro economia su una forma di agricoltura che non consente di sfamarsi neppure a chi
coltiva la terra.
Le cause vanno ricercate nelle strutture sociali ed economiche
tipiche dei Paesi sottosviluppati, dove domina il latifondo e una ineguale
distribuzione delle ricchezza, posseduta da poche famiglie privilegiate e protette
da regimi politici dittatoriali o, comunque, arcaici.
Il fenomeno è particolarmente vistoso nell’America Latina,
dove più della metà del terreno coltivabile è
posseduto dal 40% dei proprietari.
Grandi proprietà sottosfruttate sono presenti anche in alcuni
Stati del bacino del Mediterraneo, del Vicino Oriente, dell’Africa Australe e Orientale.
Nell’Asia Meridionale e in Estremo Oriente, i grandi
proprietari non applicano nei loro possedimenti la tipica conduzione latifondiaria di
modello sudamericano. Essi affidano le terre ai contadini, dai quali, protetti da leggi
inique, possono pretendere, come accade in India e in molti Paesi musulmani, sino al
60-80% del raccolto, che viene poi esportato. I contadini, vincolati in un vero e proprio
regime feudale, si indebitano sempre più e soffrono la fame, mentre i proprietari si
arricchiscono.
Mancano così le condizioni per mettere a coltura i molti
milioni di ettari arabili che ancora esistono e che sono lasciati incolti. Metodi agricoli
rudimentali, tecniche arcaiche, sementi non selezionate, mancanza di difese contro le
malattie delle piante e degli animali, concimazioni inadeguate, assenza di pratiche
irrigue contribuiscono al mantenimento della povertà e della fame.
Nei Paesi poveri ed arretrati, quindi, la popolazione non solo
non riesce a produrre a sufficienza per alimentarsi adeguatamente, ma neppure dispone di
un reddito che consenta di acquistare quanto le serve per migliorare le tecniche agricole.
UN PROBLEMA SENZA SOLUZIONE ?
E’ chiaro che la soluzione del problema alimentare non
spetta necessariamente solo all’agricoltura.
Lo sviluppo industriale potrebbe infatti fornire redditi per
importare prodotti alimentari e tecnologie atte a migliorare le produzioni agricole. Ma
nei Paesi sottosviluppati lo sviluppo industriale è assente o del tutto insufficiente,
nonostante alcuni di essi dispongano di materie prime o fonti di energia.
Ancora una volta si ripresenta
l’interdipendenza dei fenomeni che mantengono certi Paesi nel sottosviluppo : le
scarse attrezzature, le deficienze delle infrastrutture, l’analfabetismo, le cattive
condizioni di salute, la concentrazione dei capitali nelle mani di poche famiglie
incuranti del progresso del loro Paese, la povertà dei mercati interni costituiscono il
vero impedimento al sorgere ed al prosperare delle industrie.
Alcuni Paesi, quali, ad esempio, lo Zimbabwe e il Cile, in
verità, hanno industrie di notevole di notevole importanza. Queste, però, lavorano
esclusivamente per l’esportazione e sono di proprietà di gruppi imprenditoriali e
finanziari internazionali (le multinazionali ), che localizzano le industrie di questi
Paesi poveri, per trarne vantaggio nell’acquisto di materie prime e nell’impegno di
manodopera a basso costo.
Questi gruppi imprenditoriali, infine, esportano
i loro guadagni, lasciando i Paesi
sottosviluppati, che li hanno accolti, sempre più poveri.