L’agricoltura di piantagione, o monocultura, può
rientrare, a seconda dei casi, nell’agricoltura intensiva o estensiva. La piantagione
può essere attuata infatti con l’una o l’altra modalità.
Dall’agricoltura di piantagione, praticata in
grandi aziende gestite da latifondisti locali o da multinazionali,
si ricavano quasi sempre prodotti inutili all’alimentazione delle popolazioni locali.
Cotone, te, cacao, caffè… vengono esportati con benefici
economici non certo delle popolazioni indigene.
Vogliamo però soprattutto puntare l’attenzione su
una particolare forma di piantagione: quella sviluppata su vastissime estensioni volute in
origine dalle potenze coloniali nei loro possedimenti e lavorate con il lavoro degli
indigeni, come ad esempio le immense distese di cotone nigeriane, quelle indonesiane di
caucciù, quelle cubane di canna da zucchero e quelle senegalesi di arachidi.
La potenza coloniale che le aveva impiantate
veniva in possesso di beni, ma i contadini indigeni non avevano interesse a coltivare i
prodotti della “madrepatria”, che aveva loro sottratto le terre migliori.
Oggi, in quasi tutti gli Stati che furono
colonie, l’attività agricola presenta due facce: c’è un’agricoltura di sussistenza
praticata su piccoli appezzamenti (minifondi) per la produzione di alimentari per
l’autoconsumo familiare ed è presente anche la monocultura, destinata alla produzione
di una sola coltura che viene quasi totalmente esportata.